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Piccoli musei


Lo Scalone del Valadier a Palazzo Braschi

Breve storia di una vita lunga cinque secoli

Il Palazzo risale alla fine del Settecento ma la sua storia è molto più antica.
Fu eretto alla fine del XV secolo demolendo una casa torre appartenuta a Cencio Mosca.
Nel 1501 vi andò ad abitare il cardinale Oliviero Carafa che pose sull’angolo del palazzo la famosa “statua parlante” Pasquino visibile (e ciarlante) ancora oggi.
La dimora arrivò al culmine dello splendore nella seconda metà del Seicento, quando vi abitò il Duca di Bracciano, don Flavio che vi raccolse un’importante collezione di dipinti e sculture. Opere di Tiziano, Tintoretto, Annibale Carracci, Federico Zuccari.
In seguito il palazzo passò ai Colonna e ai Caracciolo per essere poi acquistato nel 1790 da papa Pio VI Braschi per i nipoti che aveva adottato per garantire continuità al casato. Furono demoliti il vecchio edificio e le case circostanti e l’architetto Cosimo Morelli progettò un nuovo palazzo, abitato da Luigi Braschi Onesti duca di Nemi e dalla moglie Costanza Falconieri e splendidamente arredato con una collezione di moderne pitture e di antiche sculture trovate negli scavi dei feudi di famiglia.
All’arrivo dei francesi a Roma nel 1798, il papa fu deportato oltralpe il duca imprigionato e il Palazzo saccheggiato. La maggior parte delle opere furono portate in Francia o vendute e si salvarono solo alcune sculture, tra le quali l’Antinoo, poi acquistato dalla Santa Sede.
Nell’Ottocento le vicissitudini e i passaggi di proprietà furono svariati, come pure le destinazioni: teatro (vi fu rappresentato Il ventaglio di Goldoni), sede provvisoria del Ministero degli Interni, alloggio degli sfollati nel dopoguerra e, infine, sede del Museo di Roma.


Palazzo Braschi si eleva su una pianta trapezoidale fra via Pasquino, piazza Navona, via della Cuccagna e piazza – e via – di San Pantaleo, su cui si affaccia il portone principale adornato con un Borea che soffia su un giglio, elemento araldico dei Braschi. Il cortile al quale si accede è di ispirazione vanvitelliana: rettangolare, bugnato a pianterreno e all’ammezzato, con finestre architravate.
Dall’atrio si arriva allo splendido Scalone del Valadier che per le due rampe usò 18 colonne di granito rosso dell’ospedale di Santo Spirito, originarie probabilmente della villa di Agrippina del I sec. d.C. Lo Scalone è adornato da statue e decorazioni in stucco di Luigi Acquisti che si ispirò a episodi dell’Iliade, consigliato da Vincenzo Monti che, oltre a tradurre il poema Omerico, visse nel palazzo come segretario del Duca.
Il Valadier realizzò anche la Cappella con colonne in alabastro e volte a stucchi.

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